- Pubblicato
- 2 luglio 2026
- Ultimo aggiornamento
- 2 luglio 2026
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- 20 min (4041 parole)
- Autore
- A cura della Redazione 123Formazione
- Riferimenti normativi
- D.Lgs. 81/08 — Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro · D.Lgs. 1 agosto 2016, n. 159 — Attuazione direttiva 2013/35/UE sui CEM · D.M. 2 settembre 2021 — Criteri generali di prevenzione incendi · INAIL — Campi elettromagnetici nei luoghi di lavoro: linee guida per la valutazione del rischio
A cura della Redazione 123Formazione
Revisione: team tecnico sicurezza
Ultimo aggiornamento: 2 luglio 2026
Inquadramento normativo per i data center e le sale server
I data center e le sale server — ambienti tecnici dedicati all’alloggiamento, all’alimentazione e al raffreddamento di sistemi informatici e di telecomunicazione — sono soggetti a un corpus normativo articolato che combina la legislazione generale sulla sicurezza sul lavoro con norme tecniche settoriali di rilevante specificità. Il D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, si applica integralmente: il Titolo I fissa gli obblighi generali (DVR, RSPP, medico competente, formazione ai sensi dell’art. 37); il Titolo II disciplina i luoghi di lavoro e i loro requisiti strutturali; il Titolo III riguarda le attrezzature di lavoro e i DPI; il Titolo VII tutela i lavoratori addetti a videoterminali nelle postazioni NOC e SOC; il Titolo VIII, Capi I e IV, affronta il rischio da rumore e i campi elettromagnetici; il Titolo IX tratta il rischio chimico da batterie, refrigeranti e solventi. Le aziende classificate sotto i codici ATECO J62.01 (produzione di software), J62.02 (consulenza informatica), J62.09 (altre attività dei servizi d’informazione) e J63.11 (elaborazione dei dati) che gestiscono infrastrutture proprie o per conto terzi — co-location, cloud, hosting — sono da considerarsi a rischio alto ai fini della valutazione del modulo specifico di formazione.
Sul fronte delle norme tecniche, il riferimento per gli impianti elettrici è la norma CEI 64-8 "Impianti elettrici utilizzatori a tensione nominale non superiore a 1000 V in corrente alternata e a 1500 V in corrente continua", che definisce i requisiti di progettazione, installazione e verifica degli impianti. Per le infrastrutture di data center la serie CEI EN 50600 — recepimento italiano della omonima norma CENELEC — fornisce un framework specifico articolato in CEI EN 50600-1 (concetti generali), CEI EN 50600-2-2 (distribuzione dell’energia), CEI EN 50600-2-3 (controllo ambientale), CEI EN 50600-2-5 (sicurezza fisica) e CEI EN 50600-4-1 (indicatori di prestazione energetica). La classificazione in classi di disponibilità da 1 a 4, analoga per logica ai livelli Tier dell’Uptime Institute, influisce direttamente sui requisiti di ridondanza degli impianti e, di conseguenza, sulla complessità dei rischi da gestire nel DVR.
La protezione antincendio nei data center è disciplinata dal D.M. 2 settembre 2021 "Criteri generali di progettazione, realizzazione ed esercizio della prevenzione incendi", che classifica le strutture come attività di categoria C (alto rischio) quando superano determinate soglie di carico d’incendio specifico o di superficie. L’ergonomia delle postazioni NOC (Network Operations Center) e SOC (Security Operations Center) è regolata dal Titolo VII del D.Lgs. 81/08 e dalla norma UNI EN ISO 9241 — in particolare la parte 5 relativa alla postura seduta e la parte 6 relativa ai requisiti d’ambiente. La sinergia tra normativa di legge e norme tecniche consensuali costituisce lo strumento essenziale per la redazione del DVR e per la programmazione delle misure di prevenzione e protezione.
Rischio elettrico: cabine MT/BT, UPS, batterie e sistemi ridondanti
Il rischio elettrico nei data center è tra i più critici per gravità delle potenziali conseguenze. Le infrastrutture di medie e grandi dimensioni comprendono cabine di trasformazione MT/BT (media tensione/bassa tensione), gruppi di continuità (UPS), quadri di distribuzione in bassa tensione con sbarre percorse da centinaia di ampere, canalizzazioni con cavi in parallelo e alimentatori ridondanti per ciascun rack. La norma di riferimento per la prevenzione è la CEI 64-8, integrata per i lavori sotto tensione e in prossimità dalla CEI 11-27 "Lavori su impianti elettrici", che definisce le tre categorie di persone autorizzate: PES (Persona Esperta), PAV (Persona Avvertita) e PEI (Persona Idonea a lavorare sotto tensione). Nessun lavoratore può effettuare interventi su impianti elettrici del data center senza essere classificato almeno come PAV e senza aver ricevuto la specifica formazione teorico-pratica documentata nel DVR.
I sistemi UPS meritano un’analisi di rischio separata: gli UPS con batterie VRLA (Valve Regulated Lead-Acid) e con batterie al piombo-acido aperte presentano rischi combinati. In primo luogo, il rischio elettrico diretto legato alle tensioni di batteria — tipicamente 480 V DC nei sistemi trifase — e alle correnti di cortocircuito estremamente elevate. In secondo luogo, il rischio chimico connesso all’acido solforico (trattato nella sezione specifica). In terzo luogo, il rischio di incendio ed esplosione da accumulo di idrogeno (H₂) durante la ricarica: l’idrogeno è infiammabile in concentrazioni comprese tra il 4 % e il 75 % in aria, per cui le sale batterie devono essere dotate di ventilazione forzata con sensori di rilevazione H₂ e sistemi di allarme ai sensi della norma CEI EN 50272-2. L’art. 80 del D.Lgs. 81/08 obbliga il datore di lavoro a valutare i rischi elettrici e ad adottare misure di protezione adeguate, inclusa la protezione dai contatti diretti e indiretti.
I generatori diesel di emergenza, presenti in quasi tutti i data center di classe 2-4 della CEI EN 50600, introducono rischi aggiuntivi: emissioni di monossido di carbonio (CO) in caso di avvio in ambienti poco ventilati, rischio di incendio per perdite di gasolio, vibrazioni e rumore rilevante durante il funzionamento. I sistemi di distribuzione ridondanti — configurazioni 2N (doppia alimentazione indipendente per ogni rack) o N+1 (un’unità di backup in aggiunta ai moduli necessari) — moltiplicano il numero di componenti attivi e aumentano la superficie di rischio: il DVR deve riflettere questa complessità con procedure LOTO (Lockout/Tagout) specifiche per ogni configurazione, con identificazione univoca di ogni circuito e indicazione del personale autorizzato a operare nelle diverse zone dell’impianto.
Sistemi di soppressione incendio a gas: FM-200, CO₂, Novec 1230 e rischi per il personale
I data center di medie e grandi dimensioni utilizzano quasi universalmente sistemi di soppressione dell’incendio a gas, incompatibili con i tradizionali impianti sprinkler ad acqua che danneggerebbero irrimediabilmente le apparecchiature elettroniche. I tre agenti estinguenti più diffusi sono: l’HFC-227ea (eptafluoropropano, noto commercialmente come FM-200), che agisce prevalentemente per interruzione chimica della catena di combustione; l’anidride carbonica (CO₂), che agisce per soffocamento abbattendo la concentrazione di ossigeno; il FK-5-1-12 (Novec 1230, perfluorochetone), con bassissimo potenziale di riscaldamento globale (GWP = 1) e bassa tossicità acuta. La normativa di riferimento per la progettazione di questi sistemi è la UNI EN 15004 "Sistemi fissi di lotta contro l’incendio — Sistemi estinguenti a gas", integrata dal D.M. 02/09/2021, Allegato VII, per i locali tecnici a rischio specifico.
Il rischio per il personale presente in sala durante l’attivazione del sistema a gas è il fattore di pericolo più spesso sottovalutato nella valutazione dei rischi dei data center. Per il CO₂, la concentrazione di progetto per l’estinzione è tipicamente del 34-40 % in volume: a queste concentrazioni, la pressione parziale di ossigeno scende al di sotto del livello di sopravvivenza e la morte per ipossia e acidosi respiratoria può sopravvenire in pochi minuti; già a concentrazioni di CO₂ tra il 9 % e il 20 % si verificano effetti neuropsicologici gravi — disorientamento, perdita di coscienza — che impediscono l’evacuazione autonoma. L’FM-200 è classificato come agente a bassa tossicità acuta (NOAEL 9 %, LOAEL 10,5 %) ma, in caso di esposizione a fonti di calore elevate, si decompone rilasciando acido fluoridrico (HF), estremamente corrosivo per le vie respiratorie. Il Novec 1230 ha NOAEL del 10 %, tuttavia la pressurizzazione rapida del locale durante la scarica può causare danni alle membrane timpaniche.
Le procedure di evacuazione dalla sala server in caso di allarme gas sono regolamentate dal D.M. 02/09/2021 e devono essere redatte, affisse in modo visibile e portate a conoscenza di tutti gli operatori. La norma UNI EN 15004 stabilisce che il sistema a gas deve essere preceduto da un segnale di pre-allarme acustico e visivo con un ritardo di attivazione minimo — generalmente 30 secondi per l’FM-200 e il Novec 1230, variabile per il CO₂ — sufficiente a consentire l’evacuazione completa del personale. Il ritardo di attivazione non è negoziabile: i sistemi devono essere configurati con doppio knock-down (due rilevatori indipendenti in logica AND) per ridurre le attivazioni spurie. Il DVR deve documentare le procedure specifiche per questo scenario, inclusi il coordinamento con il personale degli ambienti adiacenti, le modalità di reingresso dopo la bonifica — eseguibile solo dopo verifica strumentale della concentrazione dell’agente e dell’ossigeno residuo — e i DPI necessari per il reingresso in caso di concentrazioni residue anomale.
Microclima freddo nelle sale server: IREQ, DPI termici e obblighi normativi
La gestione termica è la sfida ingegneristica primaria di un data center: i server rack moderni ad alta densità — fino a 20-30 kW per rack nelle configurazioni HPC — necessitano di un apporto continuo di aria fredda per mantenere le temperature di inlet entro le specifiche ASHRAE A2 (10-35 °C) o ASHRAE A3 per ambienti operativi più estesi. Le temperature operative tipiche nelle sale server variano tra 18 e 22 °C; in configurazione hot aisle/cold aisle, i corridoi freddi con bocchette di mandata possono scendere a 15-16 °C. Queste condizioni termiche, accettabili per le apparecchiature IT, risultano sfavorevoli per gli operatori che lavorano in sala per periodi prolungati — specialmente durante manutenzioni, sostituzioni di componenti o attività di troubleshooting su rack che richiedono posture vincolate e tempi di permanenza superiori a quattro ore consecutive.
Il D.Lgs. 81/08, art. 63 e Allegato IV, punto 1.9, stabilisce che nei luoghi di lavoro chiusi le condizioni microclimatiche devono essere adeguate all’organismo umano durante il lavoro, tenendo conto dei metodi di lavoro applicati e degli sforzi fisici imposti ai lavoratori. La norma ISO 11079 "Ergonomics of the thermal environment — Determination and interpretation of cold stress when using required clothing insulation (IREQ) and local cooling effects" fornisce il metodo per calcolare l’indice IREQ, che quantifica l’isolamento termico minimo richiesto dall’abbigliamento per mantenere il bilancio termico corporeo nelle condizioni ambientali rilevate. Per un operatore che lavori a 18 °C con umidità relativa del 40 % e bassa velocità dell’aria, l’IREQ di neutralità è compatibile con abbigliamento da lavoro leggero; nei corridoi freddi a 15 °C o in prossimità delle batterie di raffreddamento CRAC (Computer Room Air Conditioner) con elevata velocità di uscita dell’aria, l’esposizione prolungata oltre le 2-3 ore consecutive richiede indumenti protettivi aggiuntivi conformi EN 14058 (indumenti di protezione contro il freddo, classe 1 o 2 a seconda della temperatura).
Il datore di lavoro deve valutare il rischio microclima freddo nel DVR, quantificare i tempi di permanenza previsti degli operatori in sala e adottare misure tecniche o organizzative proporzionate all’esito della valutazione IREQ. Le misure tecniche comprendono la termoregolazione a zone separate tra corridoi IT e spazi operatori, l’installazione di barriere termiche e la fornitura di postazioni operative riscaldate — esterne alla sala server per le attività che non richiedono la presenza fisica tra i rack. Le misure organizzative comprendono la rotazione del personale con turni di permanenza in sala limitati, il divieto di attività sedentarie in zona fredda per periodi superiori alla soglia critica identificata dalla valutazione IREQ e la formazione degli operatori sul riconoscimento dei sintomi da ipotermia lieve: tremori involontari, riduzione della coordinazione motoria, torpore. I DPI termici — guanti da freddo conformi EN 511, indumenti conformi EN 14058, calzature termoisolanti — devono essere forniti quando la valutazione evidenzia insufficienza dell’abbigliamento standard da lavoro.
Campi elettromagnetici nei data center: sorgenti, valori limite e obblighi di valutazione
I data center sono ambienti ad alta densità di sorgenti di campi elettromagnetici (CEM) in un ampio spettro di frequenze. Gli UPS ad alta potenza generano correnti alternate con armoniche superiori che creano campi magnetici intensi nelle immediate vicinanze delle batterie e dei raddrizzatori; i cavi di distribuzione BT percorsi da centinaia di ampere in configurazione parallela emettono campi magnetici a bassissima frequenza (ELF, 50 Hz e multipli); i rack server ad alta densità con alimentatori switching producono emissioni a radiofrequenza; i sistemi di trasmissione wireless — Wi-Fi 6E, campus 5G, Bluetooth — aggiungono contributi nella gamma dei GHz. La valutazione del rischio CEM deve coprire l’intero spettro da 0 Hz a 300 GHz ai sensi del Titolo VIII, Capo IV del D.Lgs. 81/08 (artt. 206-212), che recepisce la Direttiva 2013/35/UE implementata in Italia con il D.Lgs. 1 agosto 2016, n. 159.
Il D.Lgs. 159/2016 stabilisce i valori limite di esposizione (VLE) e i livelli di azione (LA) per i lavoratori, distinti tra grandezze fisiche misurabili esternamente al corpo e grandezze interne (induzione di campo elettrico nel tessuto). I VLE per le grandezze fisiche — intensità di campo elettrico E, campo magnetico H, densità di flusso magnetico B — sono riferiti agli effetti sulla salute e non devono mai essere superati; i livelli di azione (LA) sono valori di campo misurabili direttamente sul posto di lavoro il cui superamento richiede misure di prevenzione documentate. Le misure sperimentali condotte in data center italiani da parte di INAIL e ISS hanno rilevato densità di flusso magnetico a 50 Hz comprese tra 0,5 e 5 μT in prossimità dei PDU (Power Distribution Unit) e dei grandi UPS: valori generalmente inferiori al livello di azione LA per gli effetti sensoriali (1 μT a 50 Hz, Allegato III D.Lgs. 159/2016), ma che in configurazioni ad alta densità possono avvicinarsi ai limiti nelle zone di manutenzione ravvicinata.
Il datore di lavoro è tenuto a effettuare una valutazione del rischio CEM documentata nel DVR: se dalla valutazione preliminare — anche tramite i modelli semplificati disponibili nei database ICNIRP o ANSES — emerge che i livelli di azione possono essere superati in alcune zone del data center, è necessaria una misura sperimentale con strumentazione calibrata e tracciabile, eseguita da personale tecnico qualificato. La valutazione deve includere la stima dell’esposizione dei lavoratori portatori di dispositivi medici impiantati attivi (DMAI) — pacemaker, defibrillatori cardiaci impiantabili (ICD), pompe di infusione — che possono subire interferenze funzionalmente significative a livelli di campo elettromagnetico molto inferiori ai VLE per lavoratori senza DMAI: per questi lavoratori, i VLE specifici sono definiti nell’Allegato III, Parte B del D.Lgs. 159/2016 e richiedono una valutazione medica individuale da parte del medico competente, con eventuale limitazione dell’accesso a zone ad alta intensità di campo.
Ergonomia e videoterminali nelle postazioni NOC e SOC
Le postazioni di lavoro nei Network Operations Center (NOC) e nei Security Operations Center (SOC) dei data center sono ambienti a elevata intensità visiva e cognitiva: gli operatori gestiscono contemporaneamente sei, otto o più monitor che visualizzano dashboard di monitoraggio infrastrutturale, sistemi SIEM (Security Information and Event Management), console di gestione e strumenti di ticketing. L’utilizzo dei videoterminali per periodi superiori alle 20 ore settimanali qualifica questi lavoratori come VDT ai sensi dell’art. 173 del D.Lgs. 81/08, con diritto alla sorveglianza sanitaria periodica ex art. 176 e alle pause obbligatorie di 15 minuti ogni 120 minuti di lavoro continuativo allo schermo ex art. 174. La complessità visiva di una postazione NOC — con monitor di dimensioni e risoluzioni diverse, orientamenti misti e frequenti spostamenti del fuoco visivo tra schermi adiacenti — amplifica il rischio di astenopia e di disturbi muscolo-scheletrici del rachide cervicale rispetto alle postazioni VDT standard di tipo ufficio.
La progettazione ergonomica delle postazioni NOC/SOC deve rispettare i requisiti dell’Allegato XXXIV al D.Lgs. 81/08 e le indicazioni della norma UNI EN ISO 9241-5 "Requisiti relativi alla postura e ai movimenti corporei" e UNI EN ISO 9241-6 "Requisiti d’ambiente". Per i monitor multipli, la distanza ottimale di visione è compresa tra 50 e 100 cm; i monitor laterali devono essere posizionati in modo che l’angolo di rotazione del capo non superi i 30° rispetto alla posizione neutra. L’illuminamento della sala NOC/SOC deve essere conforme alla norma UNI EN 12464-1 per gli uffici — valore di mantenimento minimo 500 lux sul piano di lavoro per attività di lettura e scrittura continuativa — con particolare attenzione al controllo dei riflessi sui monitor attraverso l’uso di luminarie con distribuzione d’intensità che evitino il glare diretto. La norma UNI 10530 "Principi di ergonomia visiva — Illuminazione per ambienti di lavoro interni" integra le prescrizioni generali con indicazioni specifiche per i locali con videoterminali.
La turnazione notturna è caratteristica degli operatori NOC/SOC che garantiscono la continuità operativa 24/7 dei data center: si aggiunge pertanto il rischio da lavoro notturno disciplinato dal D.Lgs. 8 aprile 2003, n. 66, con obbligo di sorveglianza sanitaria specifica per i turnisti notturni (art. 14) con cadenza almeno annuale. Il medico competente deve effettuare la visita preventiva e le visite periodiche, valutando gli effetti del lavoro notturno sull’apparato cardiovascolare, metabolico e sul ritmo circadiano. Il DVR di un data center con operazioni NOC/SOC attive nelle 24 ore deve valutare in modo integrato i rischi da VDT, da lavoro notturno, da stress lavoro correlato — con particolare riguardo al carico emotivo e cognitivo elevato nelle fasi di incident response e gestione di attacchi informatici — e da postura seduta prolungata, definendo misure organizzative coordinate tra RSPP e medico competente: rotazione dei turni, orari di pausa effettivamente rispettati, aree relax separate dagli schermi operativi.
Rischio chimico: batterie al piombo-acido, refrigeranti e solventi per la pulizia
Il rischio chimico nei data center è frequentemente sottostimato perché non immediatamente visibile, ma risulta significativo per almeno tre categorie di sostanze. Le batterie al piombo-acido — sia del tipo aperto (OPzS, piastre piane allagate) sia del tipo VRLA (AGM e Gel) — contengono acido solforico (H₂SO₄) in concentrazioni tipicamente comprese tra il 30 % e il 40 %. L’acido solforico è classificato come sostanza corrosiva (pictogramma GHS05), irritante delle vie respiratorie (GHS07) e come potenziale cancerogeno per la mucosa nasale in caso di esposizione cronica ai fumi acidi. Il Titolo IX, artt. 221 e seguenti, del D.Lgs. 81/08 impone la valutazione del rischio da agenti chimici; il Valore Limite di Esposizione Professionale (VLEP) per l’H₂SO₄ come aerosol toracico è fissato a 0,05 mg/m³ (8 h TWA) dall’Allegato XXXVIII del D.Lgs. 81/08. Le operazioni di manutenzione e sostituzione delle batterie devono essere eseguite con DPI adeguati: guanti in neoprene o neoprene/lattice, occhiali a mascherina a tenuta di liquido, grembiule in PVC e, ove indicato dalla valutazione del rischio, semimaschere filtranti con filtro combinato A2/P2.
I sistemi di raffreddamento dei data center utilizzano fluidi refrigeranti con impatto sulla salute variabile in funzione della tipologia. I refrigeranti HFC più diffusi — R410A, R134a, R32 — sono chimicamente stabili alle temperature operative normali, ma in caso di perdita massiva in ambienti confinati possono causare asfissia per spostamento dell’ossigeno; non sono tossici alle concentrazioni normalmente riscontrabili per perdite ordinarie, ma richiedono ventilazione adeguata, rilevatori fissi di refrigerante installati a pavimento (dove i vapori tendono a stratificarsi per densità superiore all’aria) e procedure di emergenza documentate per perdite estese. I data center di grande scala con sistemi di free cooling ad alto rendimento possono utilizzare l’ammoniaca (NH₃, R717) nei circuiti primari: l’NH₃ è altamente tossico (VLEP 20 ppm TWA, 50 ppm STEL, Allegato XXXVIII D.Lgs. 81/08), irritante acuto delle vie respiratorie e infiammabile (LEL 15 %, UEL 28 %), e richiede misure di sicurezza molto più stringenti. Tutte le sostanze refrigeranti devono essere accompagnate da schede di sicurezza (SDS) aggiornate ai sensi del Regolamento (CE) 1907/2006 (REACH), accessibili fisicamente nel luogo di lavoro in cui i fluidi sono utilizzati.
La pulizia delle sale server costituisce una terza sorgente di rischio chimico: il solvente più diffuso per la detersione di contatti elettronici, schede madri e componenti IT è l’isopropanolo (IPA, 2-propanolo), usato puro al 99 % o in soluzioni. L’IPA è infiammabile (punto di infiammabilità 12 °C, LEL 2 % in aria), irritante delle vie respiratorie e mucose, con VLEP di 200 ppm (8 h TWA) e 400 ppm (STEL) ai sensi dell’Allegato XXXVIII D.Lgs. 81/08. L’utilizzo di IPA in sala server — ove sono presenti potenziali sorgenti di scintille durante le operazioni di hot-swap sui rack — richiede una valutazione specifica del rischio di incendio ed esplosione ai sensi del Titolo IX, Capo II del D.Lgs. 81/08 (atmosfere esplosive) e, ove applicabile, una classificazione ATEX della zona. Le operazioni di pulizia devono avvenire con quantità minime di IPA, utilizzo di panni imbevuti anziché spray aerosol, ventilazione supplementare attiva e divieto di qualunque sorgente di ignizione nell’ambiente durante le operazioni.
Gestione delle emergenze in un data center: procedure, formazione e prove periodiche
I data center di categoria C ai sensi del D.M. 02/09/2021 richiedono un Piano di Emergenza e di Evacuazione (PEE) specifico che contempli scenari peculiari del comparto, non presenti nei piani di emergenza generici: l’attivazione del sistema di soppressione incendio a gas con personale in sala, il blackout totale con transizione da rete commerciale a UPS e poi a generatore diesel, il guasto simultaneo di più sottosistemi critici (double fault), l’allarme per accumulo di idrogeno nelle sale batterie, il surriscaldamento localizzato di un rack con potenziale innesco incendio. La formazione degli addetti alle emergenze deve essere commisurata alla categoria di rischio: per i data center di categoria C, gli addetti antincendio designati devono seguire il percorso formativo previsto dall’Allegato I, Tabella 3 del D.M. 02/09/2021, che prevede un corso teorico-pratico con esercitazione sull’uso di attrezzature antincendio e sulle procedure di evacuazione, con aggiornamento triennale obbligatorio.
La procedura di power-down sequenziale è uno degli scenari di emergenza più critici e meno sistematicamente documentati: consiste nello spegnimento controllato e progressivo dei sistemi informatici in ordine di priorità decrescente, attivato quando l’autonomia degli UPS non è sufficiente a coprire il tempo di avvio dei generatori, o quando è necessario uno shutdown completo per ragioni di sicurezza — allarme incendio, allarme gas, allarme alluvione, intervento dell’autorità di vigilanza. La procedura deve prevedere: notifica immediata ai responsabili dei sistemi business con comunicazione di RTO e RPO previsti; ordine di spegnimento per priorità (dalla meno critica alla più critica, secondo una matrice documentata); supervisione da parte di almeno due operatori tecnici qualificati con deleghe definite; documentazione dell’orario e della sequenza di ogni intervento in un registro di emergenza; coordinamento con i Vigili del Fuoco e con gli operatori di telecomunicazione in caso di emergenza con impatto sull’infrastruttura pubblica. L’assenza di una procedura documentata e provata periodicamente costituisce una non-conformità sistematicamente rilevata nei sopralluoghi delle autorità di vigilanza.
La transizione UPS-to-generator — commutazione dall’alimentazione di rete all’alimentazione da gruppo elettrogeno diesel — è una fase operativa che si verifica sia nelle prove periodiche sia nei blackout reali. Durante questa transizione, che dura tra 10 e 20 secondi negli impianti con ATS (Automatic Transfer Switch) e fino a 60 secondi in quelli con commutazione manuale, gli UPS garantiscono la continuità dell’alimentazione; il personale non addetto deve evacuare le sale adiacenti ai generatori per evitare l’esposizione ai fumi di avviamento diesel. Le procedure di emergenza devono essere provate con un’esercitazione a pieno carico documentata almeno una volta all’anno, comprensiva di prova di evacuazione completa; gli esiti devono essere registrati e utilizzati per aggiornare il piano di emergenza nel ciclo di miglioramento continuo del sistema di gestione della sicurezza. Il registro delle prove, con data, partecipanti, anomalie riscontrate e azioni correttive intraprese, deve essere conservato e messo a disposizione degli organi di vigilanza su richiesta.
Riferimenti normativi
- D.Lgs. 81/08 — Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro (normattiva.it)
- D.Lgs. 1 agosto 2016, n. 159 — Attuazione direttiva 2013/35/UE sui CEM (normattiva.it)
- D.M. 2 settembre 2021 — Criteri generali di prevenzione incendi (gazzettaufficiale.it)
- INAIL — Campi elettromagnetici nei luoghi di lavoro: linee guida per la valutazione del rischio (inail.it)
Fonti
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